Compagnia teatrale impegnata nella scrittura e nella messa in scena di testi di nuova drammaturgia e nella curatela di progetti culturali.
Poetica
Palinodia è una parola che proviene dal greco ed è composta da due locuzioni che ne esplicano la funzione: è composta dell'avverbio πάλιν (pálin, sia "di nuovo" che "all'indietro") e dal sostantivo ᾠδή (ōdé, "canto").
La palinodia è una figura retorica che si presenta nelle nostre vite quando affermiamo o compiamo il contrario rispetto a ciò che avevamo esposto o protratto in precedenza.
“Cantare Di Nuovo All’indietro” rappresenta per noi la libertà di cambiare opinione, il desiderio di adeguare il proprio pensiero alle conoscenze che acquisiamo e alle esperienze che facciamo nel corso della vita.
Palinodia è una parola che racchiude in sé il movimento di una nuova scoperta e la possibilità di sbagliarsi e questo, per noi, è un concetto vitale.
Ecco come abbiamo scelto il nostro nome.
Il nostro è un teatro della cura, è accortezza alla fragilità del materiale umano.
La fragilità umana può rompersi, disseminare parti da conservare di sé che si possono esplicare/risolvere solo nel prendersene cura.
Non è teatro terapia. Non abbiamo la presunzione di guarire nessuno, si può agire solo su se stessi: non siamo una scienza, né una religione.
È uscire dalle corsie di medicalizzazione del concetto, per confluire nelle stanze estese di pratica costante.
La cura come pratica costante non implica una condizione di malattia di partenza, implica la presenza di una fragilità, che deve essere preservata - attraverso la cura - affinché non si rompa.
Il luogo in cui abbiamo scelto di creare è un luogo di silenzio, desiderato, che dona una condizione creativa molto fertile perché è uno spazio di meditazione, di concentrazione, ma anche di serietà del pensiero, perché nel suo silenzio emergono visioni positive unitamente alle osservazioni negative.
La visione è quella di un teatro vivo, nella disposizione innata allo stare tra umanità, alla presenza di più di un corpo contemporaneamente nello spazio e alla contemplazione della visione del corpo, che altri non è che una delle tante espressioni della bellezza.
Condurre il pubblico all’interno di questa fascinazione, anche, e a prescindere, dall’apprezzamento di una rappresentazione, che subisce le correnti dei vissuti, dei giudizi, dei gusti, propri e diversi a ciascuno di noi.
Il riconoscimento è condividere la catarsi con la stessa potenza liberatoria tra persone che nell’atto teatrale accolgono l’accettazione di quel sé che assomiglia agli altri sé presenti, pur sapendo che, al di fuori dell’atto teatrale, non sono accomunati da altri sé, siano essi l’età, gli interessi, le estrazioni. Lo stare in una dimensione di ascolto di presenza.
Il senso di comunità è nel loro intreccio, lì dove può avvenire lo stupore, nella possibilità aperta di mescolarsi, senza fondersi. Unendosi in sospensione, come aria fredda ed aria calda, può accadere l’uscita generazionale, il superamento della barriera per cui ci si può accorgere di appartenere a delle comunità che sulla carta non potrebbero coesistere.
Il fil rouge che lega i personaggi è la disponibilità a mettersi in discussione, ad osservare delle lacerazioni, delle zone limose, delle sabbie mobili interiori e a cercare le parole per esprimere questa incertezza: a volte per la famiglia di origine, per l’amore, per il presente, per lo svuotarsi della clessidra del tempo, per la realizzazione nel lavoro, perché hanno perso la loro funzione, per il loro corpo, per la paura di provare piacere, per la paura di essere.
È partire dalle loro\nostre catabasi per arrivare alle nostre\loro anabasi.
È l’azione del trasmutare: da discese estreme a risalite audaci.
