MONTRÉAL
EN CIRCULATION
XXXV Signaux
Milan
Théâtre Fontana
4 heures
Tinta. Un récit autobiographique
Lauréat du Premio Scenario Adolescenza 2024
à partir d'une idée et avec
Eleonora Cicconi
dramaturgie et mise en scène
Verdiana Vono
conception des éclairages
Theo Longuemare
coproduction
Palinodie ETS et Teatro Gioco Vita
avec le soutien de
Scenario ETS et Teatro Due Mondi
Résidence pour les artistes dans les territoires, Faenza
grâce à
Fondation Claudia Lombardi pour le théâtre
Si dice che litigare sia un arte e che per una buona narrazione serva un conflitto da risolvere. È possibile che entrambe le affermazioni siano vere, ma quanta vita perdiamo nello scontro?
Il tempo che abbiamo perso affronta il tema dello scontro, chiedendosi quanta vita perdiamo nel restare intrappolati.
Spettacolo nato nell'ambito della Giornata nazionale della psicologia 2025.
Note
Il tempo che abbiamo perso è uno spettacolo che indaga il rapporto che abbiamo con la rabbia, il piacere di litigare, l'energia provocata dal conflitto. In uno spazio dove si prega l'altare del sé infantile, si snodano delle situazioni di conflittualità, costantemente nutrite dalle informazioni che gli schermi riportano nelle vite delle persone dei conflitti del mondo. Delle altre persone del mondo. In questa tensione, nervosa, l 3 performer si muovono indagando situazioni di provocazione, il gusto di accendere la miccia di uno scontro, di una polemica. Si concatenano memorie pure dell'infanzia, desideri di realizzazione e la tensione a liberare dalle relazioni, dalle reazioni, quelle sfaccettature di orgoglio, di ragioni, di conquiste che inquinano lo spazio intimo e che si riversano, un cerchio dopo l'altro, nell'energia collettiva globale.
Possiamo accettare di perdere un conflitto? Di non avere ragione sempre? Possiamo lasciare spazio oltre che prendercelo? I gesti che facciamo per attirare l’attenzione, quelli che facciamo per provocare, nutrono?
Il tempo che abbiamo perso è quello in cui siamo pers3, ad argomentare sulla nostra intelligenza e supremazia intellettuale, e ci siamo allontanat3 dal nucleo primigenio con il quale potremmo nutrire il mondo. Le parole che non abbiamo trovato o che non abbiamo detto in tempo.
Il lavoro è il tempo che perdiamo a stare dentro i conflitti, forse anche per paura che si perda la memoria di noi.
In un mondo ferito, noi potremmo disinnescare. Ma è difficile, perché litigare è così divertente. Così performativo.
Il tempo che abbiamo perso indaga l'assuefazione agli schermi, la tentazione di sapere tutto, di contenere il mondo dentro di noi. Cosa facciamo quando smettiamo di guardare lo schermo? Ci sono i corpi nello spazio e nella vita quotidiana che agiscono i loro conflitti, agiti senza giudizio. Ed è nella relazione tra le individualità che emergono le dinamiche dei conflitti che possono avvenire nella comunicazione verbale.
Alle spalle un altare, come fuoco sempre acceso, raffigurante i noi bamin3, da cui ripartire.
Il lavoro è presentato in forma di studio, un conflitto in divenire, per incontrare pubblici che, come in un grande inconscio collettivo, proietteranno altri conflitti. L'esplosione o l'implosione non sono dei punti di arrivo, ma delle fasi. Dopo l'apice noi restiamo e da lì qualcosa si dovrà pur fare.
